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venerdì 13 gennaio 2012

Anche un nostro compaesano sequestrato dai pirati. Origine e motivi "dell'affare" ignobile attacco alla personalità umana

Sembrerà strano, ma ancora oggi esiste la pirateria e sembra, purtroppo, che non si riesca a contrastarla, o, quantomeno, che si riesca a contrastarla solo parzialmente. E' possibile che questi "neopirati" agiscano più o meno indisturbatamente e riescano, salvo casi sporadici, a portare a compimento i loro intenti? Per comprendere l'annoso problema, a parere di chi scrive, è necessario chiedersi chi sono questi soggetti, che cosa li ha spinti a mettere in atto siffatti sequestri e da chi sono manovrati.
La maggior parte delle informazioni sui pirati somali che si può trovare in rete risale al periodo 2008/2009 quando l’attenzione dei media su questo fenomeno raggiunse livelli molto alti. La pirateria nel Golfo di Aden, la zona di mare compresa tra la Somalia e lo Yemen dove il Mar Rosso incontra il Mar Arabico e quindi l’Oceano Indiano, è iniziata negli anni ’90 con la caduta del governo di Siad Barre e il conseguente scoppio della guerra civile.
Da allora la Somalia non ha mai più trovato la pace e ancora oggi è teatro degli scontri tra i signori della guerra, gruppi islamici radicali affiliati ad al Qaeda come al-Shabab, mentre il Governo Federale di Transizione ha il controllo soltanto di un quartiere periferico della capitale Mogadiscio.
In questo contesto di totale assenza di potere nascono i pirati somali. Inizialmente si tratta di pescatori locali che hanno imbracciato le armi per difendere le proprie coste dalle navi straniere, le quali, approfittando della situazione, utilizzavano le acque somale per praticare pesca intensiva o scaricare a mare rifiuti tossici. Non è difficile immaginare uno scenario del genere dal momento che ci è stato svelato dall’inchiesta della giornalista italiana Ilaria Alpi uccisa nel 1994 in Somalia insieme al suo operatore Miran Hrovatin, mentre stava indagando su un traffico di armi e rifiuti tossici in cui erano coinvolti anche apparati dei servi segreti italiani, l’esercito e la mafia.
Con il perdurare del conflitto diventò sempre più difficile per la popolazione riuscire a sopravvivere e i pescatori si resero conto che sequestrando gli equipaggi delle imbarcazioni straniere e chiedendo un riscatto si potevano guadagnare facilmente molti soldi.
Nel 2006 e fino al 2008/2009 c’è stata una crescita esponenziale di questo fenomeno, sia per il numero di persone coinvolte, i signori della guerra furono attratti dal guadagno facile della pirateria, sia per l’innalzamento dell’obiettivo, venivano attaccate navi sempre più grandi fino ad arrivare ai cargo da migliaia di tonnellate del commercio internazionale.
La capitale mondiale dei pirati è Eyl un vecchio avamposto di pescatori da 7.000 anime nella regione Nugal, 300 miglia a sud del Corno d’Africa. Nel 2008 nel porto di Eyl si potevano trovare attraccate fino a 12 navi straniere contemporaneamente. Come raccontarono Xan Rice e Abdiqani Hassan sul Guardian “in un paese devastato dalla guerra dove la vita costa poco e la speranza è rara, ogni sequestro riuscito portava sempre più giovani nel villaggio con l’intento di cercare fortuna in mare”. Al pagamento del riscatto non è raro vedere i pirati scorazzare per la città con i fuoristrada lanciando banconote per festeggiare.
In quel periodo la comunità internazionale iniziò a cambiare alcune regole della legislazione marittima e si strinsero accordi bilaterali che consentirono alle marine militari di inseguire e catturare i pirati anche all’interno delle acque territoriali della Somalia. Per evitare problemi diplomatici il Kenya si offrì per ospitare la galera dove rinchiudere i pirati arrestati.
Quando nel 2009 le forze armate statunitensi riuscirono a liberare il capitano di una nave tenuto in ostaggio e a uccidere tre pirati somali, il presidente Obama si complimentò per l’operazione e promise che avrebbe “arrestato l’aumento della pirateria nella regione”. Un anno prima il presidente francese Nicolas Sarkozy fece una promessa simile, anche in quel caso le forze speciali francesi avevano appena liberato due ostaggi. Da allora però l’attenzione dei media si è spostata altrove, i pirati sono usciti dalle scalette dei tg, ma le loro azioni si sono moltiplicate ed anche il riscatto richiesto per le navi sequestrate è cresciuto: secondo un rapporto della società Geopoliticity, se nel 2005 bastavano 150.000 dollari per far liberare una nave ora in alcuni casi ne occorrono anche più 5 milioni. Risultato, il guadagno annuo dei pirati si aggira intorno ai 200 milioni di dollari ed i costi annuali sostenuti dalle compagnie mondiali di trasporti a causa della pirateria, compresi i danni e i ritardi, sono difficili da calcolare, ma secondo alcune stime potrebbero ammontare ad una cifra compresa tra i 10 e i 15 miliardi di dollari.
Oggi i pirati somali stanno vivendo una nuova stagione favorevole: le flotte dei paesi della Nato sono principalmente impegnate in Libia così l’Oceano Indiano, il Mar Arabico e il Golfo di Aden restano incontrollati. Inoltre, hanno affinato le proprie capacità nell’usare la tecnologia come rivelatori GPS, telefoni satellitari, e programmi informatici per intercettare e tradurre simultaneamente le comunicazioni del commercio internazionale e individuare così rotte e posizioni delle navi cargo.
Dal quadro sopra descritto emerge che quello della neopirateria è un "affare" troppo grosso per essere semplicemente accantonato dai signori della guerra (oramai costituiti in vere e proprie multinazionali con sedi sparse ovunque !!!!!!), ma è pur vero che, a parere di chi scrive, è facilmente risolvibile sol che si voglia risolvere il problema alla radice. E' pur vero che la Somalia non è la Libia o l'Iraq !!!!! non occorre aggiungere altro sarebbe alquanto superfluo.
Questa redazione augura alle famiglie dei marinai sequestrati, in particolare a quella dell'allievo ufficiale Longo Valentino, la pronta liberazione dei loro cari, che possano ritornare sani e salvi da questa brutta avventura.    

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